Come garantire che i giovani abbiano una pensione adeguata? Bene che pensino fin d’ora a investire a lungo termine. È fondamentale che i governi smettano di cambiare continuamente le regole, sgravino le famiglie di oneri legati all’assistenza delle persone non autosufficienti, puntino a contenere il calo del numero di contribuenti e assicurino supervisione a tutte le forme previdenziali. Intanto, eco compie un anno ed è tempo di introdurre qualche novità.
I giovani avranno mai una pensione? È una domanda che mi sento rivolgere a ogni incontro pubblico. Inquieta forse più i genitori che i ragazzi all’inizio delle loro carriere. I giovani sono rassegnati ad avere pensioni più basse, ma è un futuro che appare loro ancora così lontano. Eppure, farebbero bene a pensarci, a cercare lavori che contemplano il pagamento di contributi previdenziali e a controllare che i loro datori di lavoro versino davvero e appieno la loro quota perché, con le regole del sistema contributivo, sono proprio i versamenti fatti all’inizio della carriera quelli più rilevanti ai fini del calcolo della pensione. Esattamente l’opposto di quanto avveniva col metodo retributivo che ha dato la pensione ai loro genitori: allora contavano soprattutto i salari e i contributi versati negli ultimi anni di lavoro.
Ma torniamo alla domanda che inquieta tante famiglie. È mal posta. Il punto non è se i giovani attuali avranno un domani una pensione, ma quanto sarà generosa. E la risposta dipende da scelte che ognuno di loro può fare, ma anche da circostanze esterne, in parte modificabili a loro vantaggio o svantaggio da scelte politiche. È perciò importante che ragazze e ragazzi di oggi (e i loro preoccupati genitori) si attivino pensando sin d’ora agli anni in cui smetteranno di lavorare e ponendo scelte importanti per il futuro dei loro figli al centro del confronto pubblico.
Cosa possono fare i giovani per tutelare il loro futuro
Come documentiamo in questo numero di eco, le pensioni pubbliche del domani (quelle, per intenderci, erogate dall’Inps) saranno meno generose di quelle attuali. Non tanto perché si andrà in pensione più tardi: questo sarà infatti controbilanciato dal percepire le prestazioni più a lungo. Il fatto è che le pensioni non garantiranno più come in passato il mantenimento degli stessi standard di vita che si avevano lavorando. Sin qui le pensioni mediamente garantivano circa l’80% del salario percepito sul finire della carriera lavorativa e la differenza poteva essere colmata da piccoli lavori o da altri redditi, come l’affitto di una casa. È prevedibile che le pensioni del futuro offriranno attorno al 60% dell’ultimo salario, quindi con un ridimensionamento significativo degli standard di vita dell’età lavorativa.
Si è usato il termine “prevedibile” perché, a differenza che in passato, l’importo delle pensioni future non sarà assicurato come col metodo retributivo. Non dipenderà dal numero di anni lavorati, ma da quanto i contributi versati lungo l’intero arco della vita lavorativa hanno reso nel corso del tempo. E questo rendimento dipenderà in gran parte dall’andamento dell’economia italiana in tutti questi anni. Se continueremo a crescere a tassi molto contenuti, da economia in stagnazione, le pensioni del domani saranno ancora meno generose. Le proiezioni fornite sul sito dell’Inps sulla pensione (purtroppo non ancora disponibili per tutte le categorie di lavori) offrono un’idea di quale potrà essere la pensione in base alla propria carriera e all’andamento dell’economia, sempre che le regole che ne determinano l’ammontare non vengano cambiate da qui ad allora.
Data questa grande incertezza e la minore generosità delle pensioni future, è fondamentale pensare fin da subito ai redditi al termine della vita lavorativa. Significa investire a lungo termine, mettere da parte risorse che daranno un rendimento lontano nel tempo e diversificare i propri investimenti in modo tale da ridurre i rischi complessivi che questi comportano. Se un investimento va male, ce ne sarà un altro che andrà bene. Come si è visto, il rischio insito nei contributi versati obbligatoriamente all’Inps è associato all’andamento dell’economia italiana (sono investiti interamente sul nostro paese) e al rischio che i governi che verranno continuino a cambiare le regole pensionistiche come hanno fatto ogni anno negli ultimi trent’anni. Tutto questo significa fare piani di accumulo su fondi pensione che siano investiti non solo sull’economia italiana o comunque fare investimenti con orizzonti lunghi, seguendo i principi generali che offriamo nella rubrica “Capire la finanza”.
Cosa possono fare i governi per tutelare i giovani
Ci sono molte cose che si possono fare per rendere il futuro previdenziale dei giovani più roseo e meno incerto.
La prima l’abbiamo già menzionata: smettere di cambiare le regole in continuazione per favorire qualche gruppo di elettori. Nell’attuale maggioranza di governo ci sono partiti che vogliono bloccare gli aggiustamenti automatici dell’età di pensionamento alla longevità previsti dalla riforma varata nel 1995. Un’operazione di questo tipo sarebbe contro i giovani perché metterebbe a repentaglio le loro pensioni future. L’aggiustamento automatico dell’età di pensionamento serve a conciliare l’allungamento delle nostre vite, una delle grandi conquiste di questi anni, con la sostenibilità del nostro sistema previdenziale. Come mostriamo guardando alla spesa pensionistica nei prossimi 50 anni, l’incremento della longevità non è un problema per il nostro sistema pensionistico con le regole attuali. È qualcosa di cui si può solo gioire, soprattutto se sapremo rendere queste vite più lunghe anche vite sane e piacevoli da essere vissute così a lungo.
Questo ci porta alla seconda cosa fondamentale da fare: pensare ora a come offrire assistenza di lungo periodo alle persone non autosufficienti senza gravare più unicamente sulle loro famiglie. Le carriere dei giovani, soprattutto quelle delle giovani donne, sono oggi ostacolate da responsabilità famigliari che le rendono discontinue e meno redditizie, come ampiamente discusso nell’ultimo numero di eco. Discontinuità e mancati introiti hanno effetti rilevanti sulle pensioni future. Migliorare l’assistenza soprattutto agli anziani, come suggerito nelle pagine che seguono, ha perciò un doppio dividendo: aumenta il benessere di chi non è più autosufficiente e libera tempo, energie, risorse umane e intellettuali a chi è nell’età in cui bisogna investire.
La terza cosa fondamentale che i governi possono fare è contenere il calo nel numero dei contribuenti e semmai ridurre le aliquote previdenziali, anziché aumentarle, come si è tentato di fare con l’ultima legge di bilancio che mira a incrementare ulteriormente i contributi che ogni anno chi già lavora versa alle casse dell’Inps. Il calo nel numero dei contribuenti è la vera mina sul futuro del nostro sistema pensionistico. Bisogna intervenire su questo numero favorendo una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, facilitando la transizione da scuola a mercato del lavoro, rallentando l’emigrazione e soprattutto la fuga dei cervelli dal nostro paese e governando l’immigrazione, temi che abbiamo affrontato in altri numeri di eco. Iniziative di questo tipo servirebbero anche ad aumentare i tassi di fecondità perché oggi le donne che lavorano fanno più figli, come pure i giovani italiani istruiti e intelligenti che perdiamo ogni anno e le prime e seconde generazioni di immigrati. I lavoratori già oggi versano qualcosa come il 40% della loro retribuzione a forme previdenziali obbligatorie (quando si tenga conto anche degli accantonamenti per il Tfr). È il livello più alto tra i paesi Ocse. Aumentare ulteriormente il prelievo significa impedire ai giovani di fare le cose di cui sopra, vale a dire investire a lungo termine e diversificare le proprie scelte di investimento in modo tale da ridurne il rischio complessivo e da assicurarsi una pensione adeguata.
La quarta cosa è assicurare supervisione e regolamentare tutte le forme previdenziali. Oggi, come documentiamo, c’è una componente di previdenza che si autoregola e non è soggetta a un controllo pubblico delle sue scelte di investimento. Si tratta del sistema delle casse professionali, un sistema molto eterogeneo, in cui a realtà virtuose si accompagnano gestioni poco attente alla sostenibilità di lungo periodo. Il problema delle casse è che la loro base contributiva è troppo ristretta. Se la professione da loro assicurata si riduce a seguito di shock tecnologici, cambiamenti nelle preferenze del pubblico o altri fattori, le casse vanno in crisi. È quanto successo all’Inpgi, la cassa dei giornalisti, poi salvata dall’Inps, quindi da noi tutti, per la quale a una gestione improvvida dei patrimoni si era aggiunta la crisi del settore. Per questo motivo le casse sono intrinsecamente fragili. Essendo beneficiarie di contribuzione obbligatoria non possono essere esentate da una regolamentazione degli investimenti finanziari. Bene anche accorpare i fondi pensione, incoraggiarne lo sviluppo. Servirebbe anche ad ampliare il nostro mercato dei capitali, dunque la crescita e i rendimenti dei contributi versati al primo pilastro, quello gestito dall’Inps.
Un anno con eco
Anche eco, come tutti noi, invecchia. Con questo numero compiamo un anno. È stato un anno con tante soddisfazioni e con tante cose imparate di cui vogliamo fare tesoro. Grazie anche ai suggerimenti di voi lettori, a partire da questo numero vi proponiamo alcune innovazioni. La prima è il cambiamento della veste grafica. Eco non è una rivista di attualità. È una rivista che contiene analisi che ambiscono a rimanere valide nel corso del tempo. Ogni numero è come un libro. Per questo abbiamo deciso di adottare un formato tale da poter ospitare eco nelle librerie di casa. Abbiamo anche voluto investire maggiormente nei grafici, le immagini degli economisti, pieni di dati e informazioni. E abbiamo voluto facilitare la lettura a chi è di fretta e cerca il succo di articoli più lunghi, con riassunti all’inizio di ogni contributo e un migliore servizio di lettura digitale. Il ridisegno della rivista con un formato e una grafica più pregiati, sia nella versione cartacea che in quella digitale, ha dei costi. Per questo, a malincuore, siamo costretti a portare il prezzo del singolo numero in edicola a 8 euro. Ci sono poi innovazioni nei contenuti. Abbiamo voluto dare spazio alle vostre lettere, con una nuova rubrica di lettere al direttore. A partire dal prossimo numero ospiteremo una nuova rubrica, lo Stato sociale, in cui passiamo in rassegna, una per una, le prestazioni che uno stato sociale – come di fatto è l’Inps – offre ai cittadini. Servirà per far capire a tutti a quali prestazioni possono accedere (molti sono inconsapevoli di questi loro diritti) e a documentarne l’utilità (o inutilità). Infine abbiamo deciso di parlare sistematicamente di sport, non solo come business, ma anche come ambito in cui è facile misurare le prestazioni individuali, la produttività del singolo e del collettivo. Speriamo tanto che queste innovazioni vi piacciano. Scriveteci le vostre impressioni.
P.S. Il prossimo numero sarà in edicola il 17 maggio e sarà dedicato alla difesa europea.
P.P.S. Mentre chiudevamo il numero siamo stati travolti da uno tsunami. Il livello dei dazi imposti da Trump non ha precedenti storici e rischia di scatenare una recessione mondiale. Si stanno materializzando gli scenari peggiori che avevamo presentato nel numero di febbraio di eco, disponibile sul sito rivistaeco.com insieme agli altri arretrati.